

Ajax e Tottenham si separano. Non che le due squadre di calcio, olandese la prima, inglese la seconda, siano mai state unite, e nemmeno gemellate. Ma nell'immaginario calcistico europeo Ajax e Tottenham rappresentano i club ebrei per antonomasia.
I tifosi sventolano le bandiere con la stella di David e incitano i propri beniamini chiamandoli «joden» o «yid». All'Ajax sfruttano la simbologia ebraica per rendere più appetibile il proprio merchandising , allo stadio del Tottenham vendono i bagel, il pane con il buco tipico della cucina ebraica.
Da qualche giorno però John Jaakke, avvocato di 49 anni nonché presidente dell'Ajax, ha deciso che per il club di Amsterdam è ora di cambiare rotta. E di distanziarsi in maniera netta e decisa da simboli, terminologia, immagini e quant'altro possa collegare la squadra che fu di Johann Cruyff con il mondo e la cultura ebraica. «Vogliamo farla finita con la nostra ostentazione di essere una squadra ebrea - ha dichiarato Jaakke, che è ebreo -, principalmente perché questo atteggiamento provocatorio attizza la reazione della tifoseria opposta. Vogliamo dare un taglio a questa nostra presunta identità ebraica, che non ha una vera e propria radice storica».
Cosa vera a metà. Dirigenti, giocatori e tifosi ebrei hanno scritto pagine significative della storia del club di Amsterdam. Lo stesso discorso potrebbe valere per il Tottenham. Lo stadio di White Hart Lane, nel nord di Londra, è immerso nel quartiere ebraico della capitale inglese. La cosa non significa che i tifosi degli Spurs siano in maggioranza ebrei, tutt'altro.
Ma la storia, i dirigenti, l'elemento geografico e la percezione degli avversari, hanno creato un'immagine e una prossimità al mondo ebraico che oggi nessuno si sente in dovere di smantellare o sbiadire. Sono ebrei il presidente del Tottenham Daniel Levy e il suo vice David Buchler, che ieri quando gli abbiamo chiesto di un eventuale cambio di rotta politico-religioso è cascato dalle nuvole.
I tifosi da quasi un trentennio si sono raccolti nella «Yid Army», l'esercito yid, e danno dello «yido» a Jermaine Defoe, il giocatore simbolo di oggi, che è nero e non ha niente di ebraico. «Nelle ultime settimane - racconta Mark Perryman, tifoso del Tottenham, presidente dell'associazione che riunisce i supporter "buoni" della nazionale inglese e autore del libro Pensieri nel Pallone (Bompiani) - sul programma della squadra è stato avviato tra i tifosi un dibattito sul razzismo. Nessuno ha parlato di antisemitismo, o di abusi subiti per l'immagine che trasmette il Tottenham. Allo stadio può capitare di vedere bandiere con la stella di David, e si cantano alcuni cori di riferimento. In Olanda è un momento di grandi tensioni sociali. Questa potrebbe essere una delle ragioni che hanno spinto il presidente dell'Ajax a prendere le distanze dalla matrice religiosa del club. Qui a Londra non se ne sente il bisogno, e mi viene da dire per fortuna».
Al momento, in giro per l'Europa non si conoscono altre prese di posizione. Una squadra che da anni paga, a livello di insulti e violenze, per l'etichetta di club ebreo è l'Mtk di Budapest, ma dall'Ungheria nessuno sinora ha pensato di prendere le distanze. In Germania e in Austria le ferite dell'Olocausto hanno sinora impedito persino il riavvicinamento tra realtà ebraiche e il calcio. Prima della guerra squadre come Bayern Monaco e Austria Vienna avevano presidenti ebrei. Ma una volta terminato il conflitto nessuno si è sognato di andare a riallacciare un filo interrotto tanto tragicamente.
«In Germania si è tenuto un profilo molto basso - spiega il giornalista tedesco Rafael Honigstein -, lo shock è stato talmente forte che nessuno poteva pensare, che per un tifoso potesse addirittura far tendenza sbandierare la propria identità ebraica». A Londra è ancora così. Ad Amsterdam evidentemente non più.




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